lunedì 13 febbraio 2017

La Mia Africa 7

LA MIA AFRICA

Interrompo brevemente il racconto del viaggio per un approfondimento necessario. Il razzismo.
Il razzismo e l’odio razziale sono un problema che devasta l’Africa come del resto tutto il mondo. I giapponesi odiano i cinesi, i cinesi odiano i giapponesi, gli indiani i pakistani, i pakistani gli indiani ma questo vale anche all’interno delle singole nazioni, basti pensare a l’Italia, quelli del nord hanno sempre detestato i meridionali, salvo poi preferirli anche se di poco ad albanesi, slavi e immigrati vari. Anche nella sola Toscana pisani e livornesi si odiano, addirittura a Montecatini alta stanno sul cazzo quelli di Montecatini bassa. In Africa è uguale e soprattutto in Burundi e Rwanda sono i Tutsi e gli Hutu a odiarsi e negli anni hanno dato corso a guerre e stragi sanguinose. Ovviamente non ho intenzione di analizzare il perché di questo odio antico e persistente e men che meno mi metterò ad addossare le colpe, anche perché probabilmente, come in ogni conflitto, ce ne sono da entrambe le parti. Però è un dato di fatto che si odiano e lo stesso provano nei confronti dei bianchi o degli arabi. Probabilmente è anche dovuto a secoli di sfruttamento e soprusi subiti. Comunque sia noi bianchi eravamo sempre visti con curiosità o quanto meno sospetto ovunque andassimo, la cosa curiosa però è che sapevano che rispetto alla media della popolazione eravamo da considerarsi ricchi per cui spesso venivamo trattati meglio degli altri neri.
Ebbi evidenza di questa cosa la prima volta che andammo in un minimarket. In realtà era una stanza con degli scaffali e dei prodotti di importazione, c’erano biscotti, pasta, acqua, latte. Feci la spesa e mi diressi alla cassa, pagai e la commessa prese i soldi per darmi il resto. Guardò la banconota leggermente sgualcita che aveva in mano, fece una faccia strana e la rimise in cassa, alzò il portamonete ed estrasse una banconota nuova di pacca e me la consegnò.
“Vedi? Ha cercato una banconota pulita da darti” mi disse Francesco.
“E perché?”
“Perché se te l’avesse data rovinata magari te non ci saresti tornato a comprare altre cose, se invece avessi pagato io se ne fregava e mi dava lo stesso la banconota sporca”.
In pratica mi trattavano meglio perché ero bianco. La cosa veramente curiosa è che invece da altre parti il comportamento era esattamente l’opposto. Una sera andammo in un locale a ballare, mentre parcheggiavamo la macchina eravamo stati circondati da una decina di ragazzetti e Francesco disse:
“Ce li avete degli spiccioli da dargli per il parcheggio?”
“In che senso per il parcheggio? Lo abbiamo trovato da soli e non è un parcheggio custodito” risposi.
“Hai ragione” replicò Gaia “però una settimana fa uno che non ha voluto pagare lo hanno stuprato a morte” ora non so voi ma se già l’idea di stupro e di morte separatamente mi terrorizzavano le due cose congiunte mi convinsero immediatamente
“Tranquilli li ho io i soldi. Pago io” conclusi.
“Va bene ma non dargli troppo” continuò Francesco.
“Gli do questi” mostrai la mano, erano il corrispettivo di un paio di euro.
“Macché sono troppi, questo è il massimo” e mi mise in mano la cifra da dargli. Erano tipo 30 centesimi.
“Non sarà un poco? Non è che poi mi stuprano a ferirmi abbastanza anche se non a morte?”
“No, no. Va bene se gli dai troppi soldi poi non hanno interesse a lavorare e anche quelli che lavorano preferirebbero venir qua a chiedere soldi anziché lavorare”
Cazzo anche in Burundi c’erano i contratti di categoria e gli studi di settore?
Comunque entrammo nel locale e ci mettemmo a ballare, andammo a prendere un paio di birre per un totale di 2 euro, pagai e di resto mi diede una banconota talmente sporca che se l’avessi toccata avrei preso una dozzina di malattie conosciute ed almeno un paio sconosciute. Calcolai che corrispondevano a circa 2 centesimi per cui decisi di lasciarli di mancia.
“Hai visto?” mi disse Francesco “è successa la stessa cosa del minimarket ma al contrario, se avessi preso le birre io mi avrebbe dato di resto una banconota normale perché tanto sanno che un negro riprende qualsiasi resto, invece a te hanno dato la banconota più sporca perché sanno che preferisci lasciarla di mancia che toccarla”.

Che mondo strano pensai, per fortuna feci memoria di quell’episodio per utilizzarlo a mio vantaggio due giorni dopo alla dogana con il Rwanda.

martedì 7 febbraio 2017

La patata e il broccolo

LA PATATA E IL BROCCOLO


“Ti dispiace se parliamo e facciamo finta di conoscerci?”
Era una ragazza decisamente carina, erano le 10:00 la sera ed eravamo in una stazione della metropolitana di Milano.
“C’è un tizio strano che mi segue e ho un po’ paura”.
All’epoca avevo 28 anni, capelli corti, barba fatta e andavo a lavoro in giacca e cravatta per cui potevo sembrare una persona affidabile, mi succedesse oggi la ragazza andrebbe dal tipo strano dicendogli che le faccio paura. Comunque fosse.
“Sì certo nessun problema figurati”
Iniziammo a parlare del più e del meno, oltre a essere carina era anche simpatica.
“Ma sei toscano? Adoro il dialetto toscano”.
“Non esiste il dialetto toscano rincoglionita. In toscana parliamo tutti in maniera diversa. Confondere un grossetano con un fiorentino è un’offesa e farlo con un pisano e un livornese può far volare le coltellate” esclamai sferrandole una violenta testata sul naso. Ovviamente tutta questa parte si svolse nella mia mente, nella realtà finsi un sorriso e mi limitai ad una risposta del tipo:
“ahaha mi fa piacere. Se vuoi ti dico qualche frase tipica del mio dialetto”.
Salimmo sul treno e l’accompagnai fin dove potevo. Me lo avesse chiesto l’avrei accompagnata fino all’ultima fermata della linea verde, ed eravamo sulla rossa. Ci salutammo senza scambiarci i numeri di telefono con lei che mi diceva:
“Dai speriamo di rivederci presto”.
“Speriamo”.


Stavo dormendo in metropolitana, il mio corpo intuiva dalle frenate in quale stazione eravamo. Ormai conoscevo tutte le fermate della metro, in particolare tutte quelle tra “Milano fiera” e “Bisceglie”. In effetti erano l’unica cosa che conoscevo di Milano oltre a l’appartamento dove dormivo e gli uffici dove lavoravo.
Mi girai e vidi che la ragazza seduta accanto a me stava leggendo un libro che avevo letto.
“Ah, forte l’ho letto”.
“Davvero? E che te ne pare” mi chiese.
La guardai negli occhi. Valutare le ragazze per il loro aspetto fisico è una cosa vergognosa e sbagliata ma lei era davvero una delle ragazze più brutte che avessi mai visto. Fortunatamente ad un aspetto non particolarmente gradevole si sposava un carattere noioso e pesante. Mi attaccò un bottone infinito su una serie di argomenti inutili e noiosi. Chi mi conosce sa che è quasi impossibile essere più chiacchierone e noioso di me. Beh lei ci riusciva.
“Ah ma sei toscano? Adoro il dialetto toscano”
“Il dialetto toscano non esiste. Parliamo tutti differentemente e paragonarci è offensivo”.
Mi alzai ed uscii dalla metropolitana anche se non era la mia stazione con lei che mi diceva:
“Dai speriamo di rivederci” ed io che mi sfregavo potentemente i coglioni.

A questo punto, secondo voi, quale è la ragazza che ho rincontrato almeno 5 volte su quel maledettissimo vagone della metropolitana nell’anno in cui ho vissuto a Milano?


Esatto!

martedì 24 gennaio 2017

La Mia Africa 6

LA MIA AFRICA

È di nuovo mattina. Mattina… sarà almeno mezzogiorno e contando che siamo andati a letto alle 4 non abbiamo dormito granché. Però dobbiamo alzarci e prepararci perché a breve verranno a prenderci per andare a casa di Francesco dove faremo i brindisi. Mi sento male all’idea.
Ci facciamo le docce, per fortuna il Burundi essendo attaccato al lago Tanganica pesca la sua acqua dal centro del lago ed è relativamente pulita. Non la puoi bere ed anche per lavarsi i denti usiamo quella in bottiglia, ma per lavarsi addosso va benissimo. Dio solo sa quanto abbiamo bisogno di una doccia, tra sudore, alcool e quintali di antizanzare sembriamo ricoperti di ceralacca.
Ci vestiamo e arrivano a prenderci, a casa si mangia, si ride e ci si confronta sulla situazione intestinale dettata anche dalla profilassi per la malaria. Io vado serenamente in diarrea tutti i giorni mentre Marco non va proprio da oltre 3 giorni. È assolutamente convinto che sia una reazione del suo organismo che sapendo di essere in Africa pensa di trattenere tutto all’interno per paura della denutrizione. Forse ha ragione ma i suoi occhi mi sembrano più marroni del solito.
Inizia la festa, arrivano le persone. In Burundi non sono appiccicosi, le persone non ti stanno addosso e non ti toccano mentre parlano ma hanno un’altra curiosa particolarità, ti danno la mano per salutarti e poi la tengono. Avevo già notato per strada uomini, anche militari che mitra in una mano si davano l’altra camminando. Mi aveva fatto una certa impressione:
“Christian ci sono un sacco di gay in Burundi” avevo detto a un nostro amico.
“No. In Burundi non esistono gay” sì certo mi immagino, rido tra me.
“Ma scusa e quei due uomini che si tengono per mano?”
“Sono amici”.
“Sì ok, ma particolari”.
“No, no solo amici”.
Ora è ovvio che non sia vero che non esistono gay in Burundi ma era vero che quelli erano amici. Le persone che si conoscono o si incontrano mantengono tra loro questo contatto.
Quando arriva lo zio di Francesco mi saluta mi prende la mano e la tiene. La tiene per svariati minuti, cammina tenendomi per mano, mi presenta tenendomi per mano e chiacchiera con altri tenendomi per mano. Non so voi ma io dopo 10 minuti che questo marcantonio nero mi teneva per mano ero un po’ imbarazzato, dovevo decidermi o fingevo di andare in bagno o lo baciavo. Per fortuna vidi Marco e glielo presentai, lasciò così la mia mano prendendo la sua.
Come avevo detto eravamo solo 4 bianchi in tutta la festa, anche Francesco e le sue sorelle sono mulatte per cui un po’ “diversi”, ma noi siamo proprio bianchi, io per giunta ho i capelli rossi, un bimbo corre intorno alla casa mi guarda e scappa via ridendo. Tornano in due mi guardano e corrono via. Al terzo giro si presentano in 7 o 8 e tutti a ridere. Facciamo le foto assieme.
Lorenzo, il fratello di Francesco esce di casa vestito elegante, il giardiniere lo guarda ed esclama:
“Mzungu” che significa “uomo bianco”, in pratica gli ha detto che vestito in quel modo sembra un bianco, Lorenzo è un po’ risentito, la vede quasi come un’offesa, rientra in casa e si mette una camicia bianca. Come esce il giardiniere esclama:
“Mtu Kiarabu” (o mwuarabe non sono sicuro) che significa che sembra un arabo, che è l’unica cosa che considerano “peggio” dei bianchi. Lorenzo risponde con un fiorentino “mavaffanculo”.
Inizia la cerimonia dei brindisi con una specie di “lever le voile”, in pratica non ci sono i genitori della sposa perché ormai non è più parte della famiglia ma ci sono tutti gli altri parenti, entrano nella camera dove hanno dormito la prima notte gli sposi che sono di nuovo vestiti da cerimonia e benedicono la camera. Bevono del latte, ci sono dei bambini, tagliano una ciocca di capelli, insomma tutta una serie di pratiche tra il pagano e il religioso per augurare alla nuova coppia salute e fertilità.
Poi si va all’esterno in una tenda dove ricominciano i brindisi. Altra gente si alza e promette regali che non farà mai e si beve. Questa volta però sono più informali, ci sono amici che fanno battute, c’è uno pagato apposta per intermezzare i brindisi con canti e cori goliardici. Mi dicono che molte sono battute a doppio senso, in pratica è la versione burundese delle canzoni fiorentine boccaccesche o di Marasco. Anche da bere oltre alla birra normale c’è quella artigianale burundese alle banane. Vorrei provarla ma l’hanno portata in delle taniche di benzina e anche l’odore è simile, benzina e banane. Passo. Anche perché Francesco mi ha detto che può far venire la diarrea e io non ne ho ulteriore bisogno. Marco sentito questo si lancia e ne prende un bicchiere nella speranza che faccia effetto.
“Cazzo!”
“Non è buona Marco?”
“È come bere dell’alcool etilico in cui hanno fatto sciogliere delle banane. Speriamo almeno faccia effetto”.
Si sta facendo tardi, gli ospiti rwandesi hanno il volo e devono tornare a casa per cui il loro “rappresentante” che dovrebbe essere la persona più anziana non essendoci il padre della sposa, si alza e parla.
“Che ha detto Fra?”
“Ha detto che hanno un altro matrimonio e che devono andare”
“Come un altro matrimonio? E chi si sposa?”
“Nessuno, non è vero”
“Come non è vero?”
“Sì vedi, se sei invitato a una festa non puoi andare via perché stai perdendo il volo, sarebbe come mancare di rispetto a chi ti ha invitato. Ma se hai un altro matrimonio puoi andartene per non mancare di rispetto a loro”.
“Ok ma non è vero e tutti qui lo sanno no?”
“Certo tutti sanno che è per il volo, sia chi se ne va sia chi resta, ma non va detto lo stesso”.
“HIIIIIIIIII!!!!” comincia ad urlare quello che intonava i cori.
“E questo che fa?”
“Intona il pianto”
“Come intona il pianto?”
“Sì è un pianto finto per dire che ci dispiace che se ne vadano”.
Tutto ciò è meraviglioso, i rwandesi fingono un matrimonio per non dire che perdono l’aereo e i burundesi fingono di piangere perché sono dispiaciuti. Sembra un antico funerale con le prefiche che piangono.
Inutile dire che divento il miglior piangitore della festa, in meno di un minuto i miei “HIIII” risuonano nella tenda e ho davvero le lacrime agli occhi anche se dal ridere.

lunedì 19 dicembre 2016

Natale in casa Pitta

NATALE IN CASA PITTA

Ferragosto, inizio della scuola, halloween o ognissanti a seconda se volete essere più devoti a Dio o a Satana, l’8 dicembre che nessuno di preciso ha mai capito che festa sia ed è già Natale. Cazzo.
Un tempo per arrivare a Natale passavano dei mesi, era una lunga ed estenuante attesa per noi ragazzini che speravamo che l’omone con la barba ci giudicasse meritevoli di avere la pista della polistil. Ora è tutta una corsa frenetica, già dal 3 novembre nei supermercati fanno capolino i primi panettoni e pandori, il torrone arriva a metà novembre, il calendario dell’avvento il 20 novembre è esaurito ovunque.
Le palle, non quelle dell’albero ma quelle dei miei coglioni, intonano pezzi Michael Bublè. Eppure un tempo adoravo il Natale, le vacanze, i dolci, i parenti, i pranzi e persino la tombola, un tempo tutto era rivestito da una magia speciale, da una sensazione e un desiderio di bello, di buono e di speranza.
Crescendo tutto questo è sparito, non in tutti per carità, ci sono persone come mia sorella che probabilmente hanno delle apposite droghe natalizie che le rendono euforiche ed esaltate dal Natale, forse fumano il muschio del Presepe o sniffano lo zucchero a velo del pandoro, fatto sta che ne sono entusiaste. Io no.
Non so perché e davvero mi dispiace perché ricordo con affetto e nostalgia quella sensazione piacevole che provavo da bambino ed invidio profondamente le droghe di mia sorella, ma non ce la faccio il Natale mi sta sulle palle (sempre non quelle dell’albero), mi sento un fottuto Grinch. Forse perché inizia sempre prima, forse perché lavorando non si sente più quel distacco che c’era quando chiudevano le scuole, forse perché quel ciccione bastardo vestito di rosso adesso addebita tutti i regali sulla mia carta di credito e non su quella dei miei genitori come faceva quando ero piccolo. Cazzo quanto è brutto quando per risolvere un problema servirebbe un adulto ma quell’adulto sei te.
Per fortuna ad aiutarmi a superare tutto questo c’è la famiglia, o meglio “a famigghia”. Perché se in tutte le case il Natale parte con i preparativi dall’8 dicembre e con le mangiate dal 25 dicembre a pranzo con ben 15 invitati… da me no. Il menù lo fissiamo il secondo o il terzo fine di novembre in concomitanza con alcuni compleanni. Ci troviamo a casa dei miei ed un ristretto comitato di 20/25 persone inizia a discutere con la pacatezza e la calma di una riunione di condominio quando va rifatta la facciata.
Ovviamente non è possibile arrivare ad un accordo, il menù è un’accozzaglia di roba che non sta granché insieme perché i gusti sono diversi e l’effetto non è sgradevole ma straniante, come mettere il caviale sulla polenta con i rognoni. Per fortuna dei vol au vent di plastica immangiabili, che nessuno ha mai nominato e nessuno sa chi li ha portati, non mancano mai per la somma gioia di mio cognato.
Mangiamo in un pasto una quantità di cibo che sfamerebbe un villaggio africano, ogni anno ci diciamo che per l’anno prossimo staremo più attenti e che faremo meno roba, infatti l’anno successivo il villaggio lo sfamiamo con i soli avanzi. Ma tutto questo per fortuna non accade il 25 a pranzo, bensì il 24 a cena; questo capita non perché siamo di origini meridionali, ma proprio perché siamo terroni. Ovviamente non è festa e non è vigilia se non ci sono i parenti, non tuti sia chiaro, non ci entreremmo in una sola casa, per cui ci sono solo quelli “stretti” e che sono anche vicini geograficamente, è per questo che ci ritroviamo “solo” in 42 alla cena. QUARANTADUE e non è un numero detto a caso per sembrare grande, è proprio il numero effettivo, sempre se ho contato bene tutti i bimbi dato che ogni anno ne spunta almeno uno nuovo.
Se non erro l’anno scorso è stato il primo negli ultimi 15 anni in cui non ci fosse qualcuna incinta, era successo anche una volta tipo 5 anni fa ma l’anno dopo per vendetta si sono presentate incinta ben due cugine. Quando mia mamma prima della cena si è alzata per dire la preghiera per un attimo ho temuto che ci dicesse che era lei ad aspettare un figlio. Quando eravamo piccoli eravamo decisamente meno per cui bastavano 2 tavoli, uno dei grandi e l’altro dei piccoli, ora ne abbiamo bisogno di quattro, uno dei bambini, uno dei giovani, uno degli uomini ed uno delle donne… sì lo so detta così sembra una cosa decisamente imbarazzante ma in realtà… lo è.
Quando le persone guardano il film “il mio grosso grasso matrimonio greco” ridono per l’esagerazione di situazioni ed eventi, io piango perché mi sembra di rivedere il filmino del Natale precedente.
Comunque sia dopo venticinque portate e 30 bottiglie di vino bevute (25 da mio cugino e 5 da tutti gli altri) tutti sono distrutti e provati, la plastica dei vol au vent ci cola da ogni orifizio e tutti speriamo che questa giornata di passione giunga alla fine, ad un certo punto quello che è più provato di tutti si arrende, in genere sono io, si alza e urla:
“mi è sembrato di vedere una lucina” guardando verso una finestra.
È il segnale, 25 bambini dai 2 ai 27 anni si asserragliano in una camera nell’attesa che arrivi Babbo Natale, questo è il momento in cui sistemiamo la sala, portiamo i regali e asciughiamo le orecchie dal sangue per il sospirato silenzio, ogni anno questa parte della serata la facciamo durare di più, penso che entro due o tre anni la faremo arrivare alle 9:00 della mattina del giorno dopo. Comunque sia vengono riversati in sala i regali di tutti:
“eh quest’anno c’è crisi” motivo per cui i regali occupano solo settordici metri cubi al contrario dei millemila dell’anno prima.
Suona un campanello, i bimbi escono dalla camera e si riversano in sala, ne arrivano la metà, l’altra metà la recuperiamo nel corridoio spiattellata contro qualche mobile o spigolo, ed entrati guardano tutti quei regali con degli occhi lucidi ed emozionati, per loro la magia c’è ancora ed è quello il momento in cui anche io alla fine un po’ sento la gioia del Natale. Non dopo quando aprono i regali che magari sono contenti o magari no, ma in cui la felicità è già un po’ più scontata, è proprio quando entrano in sala il momento dove la magia c’è ancora.
Il Natale passa, c’è un po’ di malinconia per chi non è più con noi a festeggiarlo e soprattutto a me rimane un peso sul cuore, un peso per quell’unico regalo che ho sempre chiesto ad ogni Natale, ad ogni stella cadente, ad ogni candelina soffiata per tutti gli anni della mia vita, lo stesso regalo che presumo abbia sempre chiesto anche mia sorella, e che ormai è troppo tardi per riceverlo.

lunedì 21 novembre 2016

La Mia Africa cap 5

LA MIA AFRICA

Ci trasferimmo tutti al ristorante per la cena, le donne si erano cambiate tutte, ora indossavano meravigliosi abiti color oro che fanno risaltare le loro pelli d’ebano, gli uomini erano rimasti vestiti uguali, io con quello che avevo bevuto e sudato mi facevo schifo da solo.
Devono arrivare gli sposi che si sono fermati a fare delle foto, ci consegnano quei tubi con i coriandoli dentro che tirando la cordicina li sparano in alto. Complice l’alcool tutti vogliamo averli per usarli fino a che un nostro amico burundese ci dice
“si però aspettate, vado prima a chiedere il permesso ai militari qua fuori”
“come il permesso? Sono coriandoli, serve il permesso per lanciare i coriandoli?”
“no, per lanciare i coriandoli no, ma se lo scoppio viene interpretato come degli spari i militari potrebbero correre qua”
D’un tratto l’idea di militari che entrano correndo e sparando raffiche di mitra a casaccio falciando persone rende meno affascinante utilizzare quegli aggeggi spara coriandoli, decido così ti passare il mio a Marco che lo guarda come un ordigno sul punto di esplodere e lo passa ad un altro. Il nostro amico rientra
“va bene si possono usare, l’importante è fare piano”
Come fare piano? Io tiro una cordicella ed il resto lo fa da sé, non è una cosa controllata, non è che sto applaudendo e posso decidere l’intensità con cui batto le mani, una volta tirata la corda la forza del botto non è assolutamente determinata da me. Certo potrei poggiare il tubo per terra, sdraiarmici sopra e poi tirare la corda attutendo lo scoppio con il mio corpo, ma mi chiedo se a quel punto non sarebbe proprio meglio lasciar perdere la cosa.
Comunque sia entrarono gli sposi, qualche temerario spara lo stesso e con un penosissimo POF quasi inudibile 4 coriandoli di numero si posano tristemente a terra dopo una parabola di 5 centimetri scarsi, mi trovo a pregare che i militari entrino e sparino a chi li ha acquistati.
Ci sediamo ai tavoli per mangiare, la cena era a buffet, nonostante il capo che ancora gira mi preparo a scattare come un centometrista per lanciarmi sul buffet, arrivare dopo questi energumeni neri vuol dire non mangiare. Resto assolutamente sorpreso, il buffet qua non funzione come in Italia, i tavoli si alzano uno alla volta e vanno a servirsi per poi tornare a sedere, quando un tavolo si è riseduto si alza un altro tavolo. Si parte dagli sposi e i genitori, poi il tavolo dei parenti, poi quello dei testimoni e quello degli amici favorendo sempre prima le persone più vecchie. Mi viene in mente il matrimonio di mia sorella in cui alcuni parenti si erano praticamente lanciati sui tavoli portandosi via interi metri quadrati di cibo con vassoi, posate, tovaglie e anche un cameriere… mi trovo a riflettere su chi siano i veri “selvaggi”.
Tocca al mio tavolo, senza fila o ressa andiamo ordinatamente e prendiamo la nostra porzione tornando a sedere, cazzo l’ordine e l’educazione è possibile se si vuole. Per il mangiare servirebbe un intero capitolo apposito, ma non è ho un cazzo di voglia per cui scriverò qua un paio di cazzate. Il cibo in Burundi non ha mezze misure, non c’è del cibo che è abbastanza buono, no o è davvero molto buono o è veramente uno schifo. Il pesce del lago Tanganica come il mukele o il sangala è buono, il pollo o roba simile non esiste, le mucche… è pieno di mucche ma non credo le mangino, non ricordo di averla mai mangiata, ma ripeto che sono state 2 settimane ad alto tasso alcolico per cui potrei sbagliarmi, della manioca è commestibile sia la radice che le foglie, con le foglie si fa una specie di spinaci che a dispetto di come appaiono sono buoni la radice la trattano in modo che venga un bolo colloso, è una merda immangiabile, lo mastichi per ore senza riuscire a ingoiarlo, ci puoi fare le bolle. Penso che opportunamente modellato possa servire anche come pallina antistress, pallina da squash e preservativo. La frutta è strepitosa, le banane piccole del Burundi a vedersi non le daresti nemmeno alle scimmie, piccole e per niente invitanti, la mangi e sono meravigliose, dolcissime e gustose.
Comunque sia finito di mangiare e di ri-bere partono i balli, questa volta nessun ballo tradizionale per fortuna, non perché siano brutti, anzi, ma se devo ballare per altre 4 ore ininterrotte bevendo birra potrei morire. Parte quindi normale musica da discoteca, le persone anziane se ne vanno e restano solo i giovani. Tiriamo fino a tardi, ormai se ne sono andati tutti, restiamo io, Marco, gli sposi che ci dovevano riportare a casa e la parrucchiera della sposa. Ci sono dei lenti, la parrucchiera della sposa mi abbraccia per ballare… oddio mi abbraccia, è un metro e venti centimetri, pesa 100 chili e ha un’ottava di seno, più che abbracciarmi diciamo che ci prova ad abbracciarmi, io per educazione le agguanto con il braccio la testa e mi metto a danzare con lei.
Ad un certo punto mi giro e vedo Marco che balla con una ragazza carinissima, lo sto invidiando e lui lo capisce e si bulla della sua compagna, lei si avvicina a lui e gli parla nell’orecchio, lui sbianca e mi guarda
“che c’è Marco?”
“mi ha chiesto dei soldi per scoparla”
Non era un’invitata della festa era una prostituta che avendo visto un ragazzo bianco e ben vestito ha provato ad acchiapparlo, scoppiamo a ridere e lei se ne va dopo aver provato a richiedergli se pagava o meno.

Torniamo a casa, siamo tritati, non ho idea di che ora sia ma al solo pensiero che il giorno dopo dovremo replicare con i brindisi sono preoccupato, anche Marco lo è, non so chi dei due abbia bevuto di più, nel dubbio appena siamo nel nostro letto matrimoniale sotto la zanzariera gli ricordo che ormai la sua occasione di sesso l’ha buttata e di non pensare nemmeno di rifarsi con me. Non si sa mai, meglio mettere subito le cose in chiaro.