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lunedì 27 marzo 2017

La mia Africa 8

LA MIA AFRICA

“Sei pronto? È arrivato Francesco a prenderci”.
“Sì Marco ci sono, ma siamo sicuri di questa cosa?”
“Boh che devo dirti, non mi pare ci sia molta scelta”.
“Beh potevamo pagare di più ma andare in aereo”.
Invece no, l’aereo Bujumbura Kigali costava troppo così avevamo deciso di affrontare il viaggio con il pulmino.
“In pulmino? Ma siete pazzi!” ci aveva chiesto un altro amico burundese.
“Pe… perché? È pericoloso?”
“Beh ci sono un sacco di banditi lungo la strada” concluse.
Se normalmente l’idea di banditi che assaltano un pulmino mi può spaventare, l’idea di essere dentro quel pulmino ed essere uno dei soli 4 bianchi al suo interno mi terrorizzava letteralmente. Però ormai era deciso, avevamo messo ai voti e aveva vinto il pulmino. Sinceramente tra un volo da 150 dollari e un pulmino da 30 con rischio banditi come cazzo fece a vincere il pulmino è una cosa che ad anni di distanza ancora mi chiedo.
“Dai però, pensa al lato positivo” mi disse Marco “una volta in Rwanda non sarò più perseguibile per la valigia e il suo contenuto”.
Già, la ricordate la famosa valigia persa che era stata data in mano a Marco e di cui ignoravamo mittente, destinatario e contenuto? Beh non era ancora saltata fuori. Eravamo tornati all’aeroporto ma non c’erano novità, gli energumeni che la cercavano non si erano fatti vivi e noi cercavamo di non farci troppe domande di cui non conoscevamo e non avremmo mai voluto conoscere la risposta. Speravamo solo che una volta in Rwanda nessuno avrebbe mai più affrontato la faccenda.
Il viaggio in pulmino iniziò di mattina presto. Caricammo i bagagli e salimmo sopra. Era uno di questi mini-bus da 15/20 persone, 4 bianchi e tutti gli altri neri, stipati come sardine. Ad onor del vero devo ammettere che non arrivarono banditi. Tranne uno. L’autista.
Ho spiegato all’inizio che in Burundi non ci sono quasi strade asfaltate e agli incroci passa chi suona più forte il clacson. Ecco al nostro autista dovevano aver detto che aveva il clacson più potente di tutta l’Africa perché partì a tavoletta senza fermarsi a nessun incrocio suonando di continuo. Usciti dalla città sperai che la parte rischiosa fosse finita, mi sbagliavo. Il Rwanda lo chiamano la Svizzera dell’Africa perché è quasi tutto montuoso per cui per raggiungerne la capitale iniziammo a salire di quota.
Ora immaginatevi un pulmino strapieno che percorre a tutta velocità una strada di montagna, senza guardrail, asfaltata male e con buche enormi disseminate ovunque. Pregai che dei briganti ci fermassero. Ovviamente anche l’autista era obbligato a rallentare ogni tanto e questo accadeva in concomitanza del raggiungere dei camion che salivano. Lungo questa strada infatti c’era anche un gran via vai di camion che in salita erano decisamente lenti sia per le dimensioni sia perché dietro ogni camion c’erano almeno 4 ragazzi in bicicletta attaccati che si facevano portare su. Questo perché lungo tutta quella strada c’è tantissima argilla e usano quelle zone per fare i mattoni.
In pratica prendono l’argilla, ne fanno dei mattoni che cuociono lì, poi caricano le biciclette con quantitativi assurdi di questi mattoni e i ragazzetti si lanciano giù per i tornanti carichi come ciuchi su biciclette senza freni (i freni sono inutili, una bici carica in quel modo di mattoni ha un’inerzia tale che probabilmente nemmeno i freni di un treno riuscirebbero a fermarla) per cui devono riuscire a raggiungere la pianura senza mai uscire di strada. Ovviamente ogni tanto c’è qualcuno che addirizza un tornante, in quel caso vanno lì, recuperano i mattoni ancora buoni, danno una sistemata alla bici e “assumono” un nuovo ragazzetto. Non credo esistano pensionati di questa categoria di lavoratori.
Comunque sia il viaggio procedeva, il pulmino sorpassava camion, schivava buche e biciclette e affrontava le curve in maniera decisamente sportiva. Non tutti gradivano tale sballottamento per cui qualcuno chiese se poteva accostare per evitare di fare del gran danno all’interno. L’autista inchiodò, guardò malissimo i passeggeri che con questa richiesta gli rovinavano il record e mandò a calci un ragazzetto fuori dal pulmino che tornò con alcuni sacchetti di plastica. L’autista li prese, li lanciò indietro verso i passeggeri e partì sgommando. Tutto questo rendeva la situazione ancora più piacevole.
In cima alla salita ci fermammo davanti a un baracchino che faceva gli spiedini per pranzo.
“Francesco ma secondo te possiamo mangiarli anche noi?” chiesi.
“Se vuoi avere la diarrea per i prossimi 2 mesi…” Marco si lanciò fuori per avere la sua razione, non era ancora riuscito a sbloccarsi, Francesco lo placcò “…più un’altra serie di malattie sconosciute, serviti pure”. Anche Marco desistette.
Mangiammo i nostri tristi ma salutari panini.
Arrivammo alla dogana tra il Burundi e il Rwanda.
“Ahahah ma guarda tutte queste persone accalcate al finestrino che vendono buste di carta” disse Marco “che cosa assurda, chi vuole comprare delle buste di carta?”
“Tutti, la plastica è proibita in Rwanda” risposero con serenità i novelli sposi.
“Come la plastica è proibita in Rwanda?” chiesi stupito.
“Sì, in pratica non vengono vendute né ci puoi introdurre buste o altro di plastica”.
“Ok, ma se io in valigia ho la roba nei sacchetti di plastica non mi dicono mica nulla vero?”
“No, no non puoi portarle”.
“Ma c’è una multa o una pena?”
“Questo non me lo ricordo”.
“Ma porca troia!” sbottai “e quando pensavate di dircelo? Possibile che la facciamo franca con una valigia misteriosa e poi ci facciamo arrestare per delle buste di plastica?” Sfido chiunque ad avere una valigia per 2 settimane di viaggio che non contenga almeno una dozzina di buste di plastica.
Vi do un consiglio, quando fate un viaggio in un paese senza estradizione controllate tutte le leggi che hanno, anche quelle che vi possono sembrare più stupide.
La dogana tra Burundi e Rwanda non è come quella tra l’Italia e la Francia per dire, o con la Svizzera che è comunque più controllata. In Burundi scendi alla dogana burundese, fai vedere il passaporto a un addetto che speri non ti chieda nulla specialmente a proposito di bagagli persi. Poi scendi lungo una stradina, attraversi un ponte e risali per un'altra stradina dove trovi la dogana del Rwanda dove speri che l’addetto non ti faccia domande su niente. Tutto questo a piedi perché il pulmino va avanti da sé.
“Ok dogana passata, si può salire sul pulmino vero? Mica lo controlleranno tutto” esclamiamo mentre gli addetti alla dogana si avviano verso il mezzo.
“Ok ma mica scaricheranno tutte le valigie” il pulmino viene completamente svuotato.
“Sì vabbè ma non apriranno di certo le singole valige” la valigia di Marie Claire e del fidanzato di Marie Claire (vi giuro si chiama così) viene aperta e vengono notate le 400 buste di plastica al suo interno. Merda.
Gliele fanno togliere tutte mescolando roba pulita e sporca.
“Il primo che parla di perquisizioni corporali lo mangio”.
“Marco se aprono la mia e tolgono la roba dalle buste mi arrestano per attentato batteriologico”.
“Già ma che possiamo farci? Le stanno aprendo tutte”.
“Razzismo Marco, razzismo” fu un lampo di genio “seguimi e fai quello che faccio io”.
“Sei sicuro?”
“Sì, anche loro sono razzisti”.
Mi avvicinai con passo sicuro al pulmino, agguantai la mia valigia e guardando negli occhi quello della dogana dissi con tranquillità in Italiano “posso metterla dentro vero?” e feci il gesto di caricarla nel bagagliaio. L’agente della dogana mi guardò e fece cenno di sì con il capo, Marco rifece esattamente la stessa cosa e salimmo a sedere. Le nostre valigie furono le uniche due non aperte. Essere bianchi aveva premiato.

lunedì 13 febbraio 2017

La Mia Africa 7

LA MIA AFRICA

Interrompo brevemente il racconto del viaggio per un approfondimento necessario. Il razzismo.
Il razzismo e l’odio razziale sono un problema che devasta l’Africa come del resto tutto il mondo. I giapponesi odiano i cinesi, i cinesi odiano i giapponesi, gli indiani i pakistani, i pakistani gli indiani ma questo vale anche all’interno delle singole nazioni, basti pensare a l’Italia, quelli del nord hanno sempre detestato i meridionali, salvo poi preferirli anche se di poco ad albanesi, slavi e immigrati vari. Anche nella sola Toscana pisani e livornesi si odiano, addirittura a Montecatini alta stanno sul cazzo quelli di Montecatini bassa. In Africa è uguale e soprattutto in Burundi e Rwanda sono i Tutsi e gli Hutu a odiarsi e negli anni hanno dato corso a guerre e stragi sanguinose. Ovviamente non ho intenzione di analizzare il perché di questo odio antico e persistente e men che meno mi metterò ad addossare le colpe, anche perché probabilmente, come in ogni conflitto, ce ne sono da entrambe le parti. Però è un dato di fatto che si odiano e lo stesso provano nei confronti dei bianchi o degli arabi. Probabilmente è anche dovuto a secoli di sfruttamento e soprusi subiti. Comunque sia noi bianchi eravamo sempre visti con curiosità o quanto meno sospetto ovunque andassimo, la cosa curiosa però è che sapevano che rispetto alla media della popolazione eravamo da considerarsi ricchi per cui spesso venivamo trattati meglio degli altri neri.
Ebbi evidenza di questa cosa la prima volta che andammo in un minimarket. In realtà era una stanza con degli scaffali e dei prodotti di importazione, c’erano biscotti, pasta, acqua, latte. Feci la spesa e mi diressi alla cassa, pagai e la commessa prese i soldi per darmi il resto. Guardò la banconota leggermente sgualcita che aveva in mano, fece una faccia strana e la rimise in cassa, alzò il portamonete ed estrasse una banconota nuova di pacca e me la consegnò.
“Vedi? Ha cercato una banconota pulita da darti” mi disse Francesco.
“E perché?”
“Perché se te l’avesse data rovinata magari te non ci saresti tornato a comprare altre cose, se invece avessi pagato io se ne fregava e mi dava lo stesso la banconota sporca”.
In pratica mi trattavano meglio perché ero bianco. La cosa veramente curiosa è che invece da altre parti il comportamento era esattamente l’opposto. Una sera andammo in un locale a ballare, mentre parcheggiavamo la macchina eravamo stati circondati da una decina di ragazzetti e Francesco disse:
“Ce li avete degli spiccioli da dargli per il parcheggio?”
“In che senso per il parcheggio? Lo abbiamo trovato da soli e non è un parcheggio custodito” risposi.
“Hai ragione” replicò Gaia “però una settimana fa uno che non ha voluto pagare lo hanno stuprato a morte” ora non so voi ma se già l’idea di stupro e di morte separatamente mi terrorizzavano le due cose congiunte mi convinsero immediatamente
“Tranquilli li ho io i soldi. Pago io” conclusi.
“Va bene ma non dargli troppo” continuò Francesco.
“Gli do questi” mostrai la mano, erano il corrispettivo di un paio di euro.
“Macché sono troppi, questo è il massimo” e mi mise in mano la cifra da dargli. Erano tipo 30 centesimi.
“Non sarà un poco? Non è che poi mi stuprano a ferirmi abbastanza anche se non a morte?”
“No, no. Va bene se gli dai troppi soldi poi non hanno interesse a lavorare e anche quelli che lavorano preferirebbero venir qua a chiedere soldi anziché lavorare”
Cazzo anche in Burundi c’erano i contratti di categoria e gli studi di settore?
Comunque entrammo nel locale e ci mettemmo a ballare, andammo a prendere un paio di birre per un totale di 2 euro, pagai e di resto mi diede una banconota talmente sporca che se l’avessi toccata avrei preso una dozzina di malattie conosciute ed almeno un paio sconosciute. Calcolai che corrispondevano a circa 2 centesimi per cui decisi di lasciarli di mancia.
“Hai visto?” mi disse Francesco “è successa la stessa cosa del minimarket ma al contrario, se avessi preso le birre io mi avrebbe dato di resto una banconota normale perché tanto sanno che un negro riprende qualsiasi resto, invece a te hanno dato la banconota più sporca perché sanno che preferisci lasciarla di mancia che toccarla”.

Che mondo strano pensai, per fortuna feci memoria di quell’episodio per utilizzarlo a mio vantaggio due giorni dopo alla dogana con il Rwanda.

martedì 24 gennaio 2017

La Mia Africa 6

LA MIA AFRICA

È di nuovo mattina. Mattina… sarà almeno mezzogiorno e contando che siamo andati a letto alle 4 non abbiamo dormito granché. Però dobbiamo alzarci e prepararci perché a breve verranno a prenderci per andare a casa di Francesco dove faremo i brindisi. Mi sento male all’idea.
Ci facciamo le docce, per fortuna il Burundi essendo attaccato al lago Tanganica pesca la sua acqua dal centro del lago ed è relativamente pulita. Non la puoi bere ed anche per lavarsi i denti usiamo quella in bottiglia, ma per lavarsi addosso va benissimo. Dio solo sa quanto abbiamo bisogno di una doccia, tra sudore, alcool e quintali di antizanzare sembriamo ricoperti di ceralacca.
Ci vestiamo e arrivano a prenderci, a casa si mangia, si ride e ci si confronta sulla situazione intestinale dettata anche dalla profilassi per la malaria. Io vado serenamente in diarrea tutti i giorni mentre Marco non va proprio da oltre 3 giorni. È assolutamente convinto che sia una reazione del suo organismo che sapendo di essere in Africa pensa di trattenere tutto all’interno per paura della denutrizione. Forse ha ragione ma i suoi occhi mi sembrano più marroni del solito.
Inizia la festa, arrivano le persone. In Burundi non sono appiccicosi, le persone non ti stanno addosso e non ti toccano mentre parlano ma hanno un’altra curiosa particolarità, ti danno la mano per salutarti e poi la tengono. Avevo già notato per strada uomini, anche militari che mitra in una mano si davano l’altra camminando. Mi aveva fatto una certa impressione:
“Christian ci sono un sacco di gay in Burundi” avevo detto a un nostro amico.
“No. In Burundi non esistono gay” sì certo mi immagino, rido tra me.
“Ma scusa e quei due uomini che si tengono per mano?”
“Sono amici”.
“Sì ok, ma particolari”.
“No, no solo amici”.
Ora è ovvio che non sia vero che non esistono gay in Burundi ma era vero che quelli erano amici. Le persone che si conoscono o si incontrano mantengono tra loro questo contatto.
Quando arriva lo zio di Francesco mi saluta mi prende la mano e la tiene. La tiene per svariati minuti, cammina tenendomi per mano, mi presenta tenendomi per mano e chiacchiera con altri tenendomi per mano. Non so voi ma io dopo 10 minuti che questo marcantonio nero mi teneva per mano ero un po’ imbarazzato, dovevo decidermi o fingevo di andare in bagno o lo baciavo. Per fortuna vidi Marco e glielo presentai, lasciò così la mia mano prendendo la sua.
Come avevo detto eravamo solo 4 bianchi in tutta la festa, anche Francesco e le sue sorelle sono mulatte per cui un po’ “diversi”, ma noi siamo proprio bianchi, io per giunta ho i capelli rossi, un bimbo corre intorno alla casa mi guarda e scappa via ridendo. Tornano in due mi guardano e corrono via. Al terzo giro si presentano in 7 o 8 e tutti a ridere. Facciamo le foto assieme.
Lorenzo, il fratello di Francesco esce di casa vestito elegante, il giardiniere lo guarda ed esclama:
“Mzungu” che significa “uomo bianco”, in pratica gli ha detto che vestito in quel modo sembra un bianco, Lorenzo è un po’ risentito, la vede quasi come un’offesa, rientra in casa e si mette una camicia bianca. Come esce il giardiniere esclama:
“Mtu Kiarabu” (o mwuarabe non sono sicuro) che significa che sembra un arabo, che è l’unica cosa che considerano “peggio” dei bianchi. Lorenzo risponde con un fiorentino “mavaffanculo”.
Inizia la cerimonia dei brindisi con una specie di “lever le voile”, in pratica non ci sono i genitori della sposa perché ormai non è più parte della famiglia ma ci sono tutti gli altri parenti, entrano nella camera dove hanno dormito la prima notte gli sposi che sono di nuovo vestiti da cerimonia e benedicono la camera. Bevono del latte, ci sono dei bambini, tagliano una ciocca di capelli, insomma tutta una serie di pratiche tra il pagano e il religioso per augurare alla nuova coppia salute e fertilità.
Poi si va all’esterno in una tenda dove ricominciano i brindisi. Altra gente si alza e promette regali che non farà mai e si beve. Questa volta però sono più informali, ci sono amici che fanno battute, c’è uno pagato apposta per intermezzare i brindisi con canti e cori goliardici. Mi dicono che molte sono battute a doppio senso, in pratica è la versione burundese delle canzoni fiorentine boccaccesche o di Marasco. Anche da bere oltre alla birra normale c’è quella artigianale burundese alle banane. Vorrei provarla ma l’hanno portata in delle taniche di benzina e anche l’odore è simile, benzina e banane. Passo. Anche perché Francesco mi ha detto che può far venire la diarrea e io non ne ho ulteriore bisogno. Marco sentito questo si lancia e ne prende un bicchiere nella speranza che faccia effetto.
“Cazzo!”
“Non è buona Marco?”
“È come bere dell’alcool etilico in cui hanno fatto sciogliere delle banane. Speriamo almeno faccia effetto”.
Si sta facendo tardi, gli ospiti rwandesi hanno il volo e devono tornare a casa per cui il loro “rappresentante” che dovrebbe essere la persona più anziana non essendoci il padre della sposa, si alza e parla.
“Che ha detto Fra?”
“Ha detto che hanno un altro matrimonio e che devono andare”
“Come un altro matrimonio? E chi si sposa?”
“Nessuno, non è vero”
“Come non è vero?”
“Sì vedi, se sei invitato a una festa non puoi andare via perché stai perdendo il volo, sarebbe come mancare di rispetto a chi ti ha invitato. Ma se hai un altro matrimonio puoi andartene per non mancare di rispetto a loro”.
“Ok ma non è vero e tutti qui lo sanno no?”
“Certo tutti sanno che è per il volo, sia chi se ne va sia chi resta, ma non va detto lo stesso”.
“HIIIIIIIIII!!!!” comincia ad urlare quello che intonava i cori.
“E questo che fa?”
“Intona il pianto”
“Come intona il pianto?”
“Sì è un pianto finto per dire che ci dispiace che se ne vadano”.
Tutto ciò è meraviglioso, i rwandesi fingono un matrimonio per non dire che perdono l’aereo e i burundesi fingono di piangere perché sono dispiaciuti. Sembra un antico funerale con le prefiche che piangono.
Inutile dire che divento il miglior piangitore della festa, in meno di un minuto i miei “HIIII” risuonano nella tenda e ho davvero le lacrime agli occhi anche se dal ridere.

lunedì 21 novembre 2016

La Mia Africa cap 5

LA MIA AFRICA

Ci trasferimmo tutti al ristorante per la cena, le donne si erano cambiate tutte, ora indossavano meravigliosi abiti color oro che fanno risaltare le loro pelli d’ebano, gli uomini erano rimasti vestiti uguali, io con quello che avevo bevuto e sudato mi facevo schifo da solo.
Devono arrivare gli sposi che si sono fermati a fare delle foto, ci consegnano quei tubi con i coriandoli dentro che tirando la cordicina li sparano in alto. Complice l’alcool tutti vogliamo averli per usarli fino a che un nostro amico burundese ci dice
“si però aspettate, vado prima a chiedere il permesso ai militari qua fuori”
“come il permesso? Sono coriandoli, serve il permesso per lanciare i coriandoli?”
“no, per lanciare i coriandoli no, ma se lo scoppio viene interpretato come degli spari i militari potrebbero correre qua”
D’un tratto l’idea di militari che entrano correndo e sparando raffiche di mitra a casaccio falciando persone rende meno affascinante utilizzare quegli aggeggi spara coriandoli, decido così ti passare il mio a Marco che lo guarda come un ordigno sul punto di esplodere e lo passa ad un altro. Il nostro amico rientra
“va bene si possono usare, l’importante è fare piano”
Come fare piano? Io tiro una cordicella ed il resto lo fa da sé, non è una cosa controllata, non è che sto applaudendo e posso decidere l’intensità con cui batto le mani, una volta tirata la corda la forza del botto non è assolutamente determinata da me. Certo potrei poggiare il tubo per terra, sdraiarmici sopra e poi tirare la corda attutendo lo scoppio con il mio corpo, ma mi chiedo se a quel punto non sarebbe proprio meglio lasciar perdere la cosa.
Comunque sia entrarono gli sposi, qualche temerario spara lo stesso e con un penosissimo POF quasi inudibile 4 coriandoli di numero si posano tristemente a terra dopo una parabola di 5 centimetri scarsi, mi trovo a pregare che i militari entrino e sparino a chi li ha acquistati.
Ci sediamo ai tavoli per mangiare, la cena era a buffet, nonostante il capo che ancora gira mi preparo a scattare come un centometrista per lanciarmi sul buffet, arrivare dopo questi energumeni neri vuol dire non mangiare. Resto assolutamente sorpreso, il buffet qua non funzione come in Italia, i tavoli si alzano uno alla volta e vanno a servirsi per poi tornare a sedere, quando un tavolo si è riseduto si alza un altro tavolo. Si parte dagli sposi e i genitori, poi il tavolo dei parenti, poi quello dei testimoni e quello degli amici favorendo sempre prima le persone più vecchie. Mi viene in mente il matrimonio di mia sorella in cui alcuni parenti si erano praticamente lanciati sui tavoli portandosi via interi metri quadrati di cibo con vassoi, posate, tovaglie e anche un cameriere… mi trovo a riflettere su chi siano i veri “selvaggi”.
Tocca al mio tavolo, senza fila o ressa andiamo ordinatamente e prendiamo la nostra porzione tornando a sedere, cazzo l’ordine e l’educazione è possibile se si vuole. Per il mangiare servirebbe un intero capitolo apposito, ma non è ho un cazzo di voglia per cui scriverò qua un paio di cazzate. Il cibo in Burundi non ha mezze misure, non c’è del cibo che è abbastanza buono, no o è davvero molto buono o è veramente uno schifo. Il pesce del lago Tanganica come il mukele o il sangala è buono, il pollo o roba simile non esiste, le mucche… è pieno di mucche ma non credo le mangino, non ricordo di averla mai mangiata, ma ripeto che sono state 2 settimane ad alto tasso alcolico per cui potrei sbagliarmi, della manioca è commestibile sia la radice che le foglie, con le foglie si fa una specie di spinaci che a dispetto di come appaiono sono buoni la radice la trattano in modo che venga un bolo colloso, è una merda immangiabile, lo mastichi per ore senza riuscire a ingoiarlo, ci puoi fare le bolle. Penso che opportunamente modellato possa servire anche come pallina antistress, pallina da squash e preservativo. La frutta è strepitosa, le banane piccole del Burundi a vedersi non le daresti nemmeno alle scimmie, piccole e per niente invitanti, la mangi e sono meravigliose, dolcissime e gustose.
Comunque sia finito di mangiare e di ri-bere partono i balli, questa volta nessun ballo tradizionale per fortuna, non perché siano brutti, anzi, ma se devo ballare per altre 4 ore ininterrotte bevendo birra potrei morire. Parte quindi normale musica da discoteca, le persone anziane se ne vanno e restano solo i giovani. Tiriamo fino a tardi, ormai se ne sono andati tutti, restiamo io, Marco, gli sposi che ci dovevano riportare a casa e la parrucchiera della sposa. Ci sono dei lenti, la parrucchiera della sposa mi abbraccia per ballare… oddio mi abbraccia, è un metro e venti centimetri, pesa 100 chili e ha un’ottava di seno, più che abbracciarmi diciamo che ci prova ad abbracciarmi, io per educazione le agguanto con il braccio la testa e mi metto a danzare con lei.
Ad un certo punto mi giro e vedo Marco che balla con una ragazza carinissima, lo sto invidiando e lui lo capisce e si bulla della sua compagna, lei si avvicina a lui e gli parla nell’orecchio, lui sbianca e mi guarda
“che c’è Marco?”
“mi ha chiesto dei soldi per scoparla”
Non era un’invitata della festa era una prostituta che avendo visto un ragazzo bianco e ben vestito ha provato ad acchiapparlo, scoppiamo a ridere e lei se ne va dopo aver provato a richiedergli se pagava o meno.

Torniamo a casa, siamo tritati, non ho idea di che ora sia ma al solo pensiero che il giorno dopo dovremo replicare con i brindisi sono preoccupato, anche Marco lo è, non so chi dei due abbia bevuto di più, nel dubbio appena siamo nel nostro letto matrimoniale sotto la zanzariera gli ricordo che ormai la sua occasione di sesso l’ha buttata e di non pensare nemmeno di rifarsi con me. Non si sa mai, meglio mettere subito le cose in chiaro.